Ghiaccio e luce. Fotografie di Claudio Orlandi

di Alessia Locatelli
20 Ottobre 2025

Nel 2021 ho avuto il piacere di curare la personale di Claudio Orlandi presso un prestigioso spazio del Comune di Milano, conosco dunque bene il lavoro fotografico che, dal 2008, incessantemente il fotografo romano persegue attraverso verifiche e testimonianze visive. Un on-going project capace di riportare al nostro sguardo, sovente ignorante e irresponsabile, l’involuzione causata dalla rifrazione dei raggi ultravioletti che da anni interviene modificando la morfologia dei ghiacciai alpini.

Quello che si estende per 1.200 chilometri tra l’Italia settentrionale e le Nazioni limitrofe è un confine naturale che nei secoli ha subito importanti trasformazioni. Creando o negando l’accessibilità ai suoi valichi, ha permesso alle diverse popolazioni transalpine d’incontrarsi, pur restando assoggettate ai cambi e sbalzi climatici che, secolo dopo secolo, si sono avvicendati all’interno di questo delicatissimo ecosistema. Relazioni che hanno contribuito a plasmare le tradizioni e la cultura delle stesse comunità.

Un’urgenza che viene raccontata distaccandosi dal linguaggio tradizionale della fotografia documentale. Orlandi, infatti, abbandona la narrazione classica per arricchire la sua ricerca ogni anno attraverso un differente approccio cognitivo e narrativo e presentare scatti che seguono differenti percorsi nel loro sviluppo visivo. Un approccio squisitamente creativo, che si esprime sia nella selezione e nello studio del singolo ghiacciaio che nel concept individuato come elemento chiave per la realizzazione delle differenti serie fotografiche dalla numero 1 alla numero 13 (2008-2025). Un progetto meditato che riporta all’osservatore una ricerca al contempo tecnica, estetica ed emotiva. Ma soprattutto necessaria.

Una narrazione rivolta alle comunità alpine così come a tutti coloro che, seppur distanti dal confine, non sono purtroppo esenti dagli effetti collaterali generati dalla regressione dei nostri ghiacciai. Questo lavoro fotografico diventa all’occorrenza anche un compendio importante per la comunità scientifica stessa perché capace di costruire una nuova iconografia, a corollario dei dati tecnici: utili ma incapaci di restituire con la stessa forza il tema dell’urgenza climatica. La fotografia come ausilio, dunque, per una migliore comprensione di questo complesso fenomeno ambientale e dei tentativi che l’essere umano compie per scongiurare un epilogo, forse irreversibile.

Negli ultimi anni il progetto Ultimate Landscapes, ovvero Paesaggi Definitivi, si è ampliato includendo altri ghiacciai emblematici: lo Stelvio (serie n. 9), il Presena (serie n. 11), nuovamente il Rhonegletscher in Svizzera (serie n. 12) e la Marmolada (serie n. 13). Simboli della bellezza naturale e della vulnerabilità del nostro ambiente che offrono nuove opportunità per esplorare fotograficamente le Alpi.

La serie sullo Stelvio è emblematica: gli scatti trasmettono una malinconica bellezza, catturando i teli geotessili che, al termine della stagione estiva, si ripiegano su se stessi in una danza di vulnerabilità. Strappi e sfilacciamenti emergono come cicatrici dalla stoffa, raccontando storie di resistenza e fragilità. Le cuciture, ormai logore e dissipate, testimoniano una battaglia silenziosa contro le intemperie, rivelando l’inevitabile ciclo della vita glaciale, in un paesaggio che sfida il tempo.

Il Rhonegletscher, uno dei ghiacciai più estesi della catena alpina, è un esempio fin troppo evidente di come il riscaldamento globale stia influenzando i nostri ecosistemi. Qui la narrazione visiva di Orlandi si arricchisce di nuove dimensioni, ampliando le prospettive sul climate changing. Posizionati strategicamente, i teli geotessili sono una misura di protezione per evitare che il ghiacciaio fonda: un evento che, una volta avvenuto, segna la morte del ghiacciaio stesso.

Con la serie fotografica numero 12, Orlandi cattura la maestosità del ghiacciaio e i segni evidenti della sua regressione. Trasparenze, esplorazioni volumetriche e luminose s’intrecciano con le trame dei teli, neve e ghiaccio, rivelando pertugi inattesi. Scampoli di paesaggio alpino si stagliano nel cielo, mentre grotte di un azzurro cristallino rivelano residui tessili, giocando con la luce esterna. Il senso di abbandono di questi teli sulle rocce evoca quasi tragicamente il destino di queste terre ghiacciate. Maria Fratelli, dirigente culturale del Comune di Milano, nel suo testo a corollario della mostra del 2021, li definì dei “sudari”: un termine che restituisce visivamente tutta l’urgenza espressa con forza nel lavoro fotografico.

In questo ultimo anno Claudio Orlandi si è dedicato alla salita in Marmolada. Conosciuta come la “Regina delle Dolomiti”, questo ghiacciaio sta subendo un rapido ritiro. Le immagini della serie numero 13 rivelano la bellezza e la vulnerabilità di questo paesaggio montano. Le tonalità cambiano e, mentre la luce avvolge gli scatti in un grigio quasi monocromo, il bianco plumbeo del cielo dialoga costantemente con le tonalità grafite e fredde della neve e dei teli a copertura. Le nuvole creano un senso di oppressione, schiacciando il cielo sulla terra, rilasciando così una sensazione sospesa e di chiusura asfissiante.

Nella mostra al Museo Alto Garda sarà esposta anche una serie di fotografie, nuovamente sul Ghiacciaio del Presena (serie n. 11), che presentano una testimonianza dei lavori di smontaggio dei teli nell’anno 2023. Documentare la magnificenza delle Alpi e invitare a riflettere sulla necessità di azioni concrete per preservarne l’ambiente. Le fotografie di Claudio Orlandi mettono in evidenza non solo la magnificenza, ma anche i segni tangibili di una questione tutt’ora aperta, creando un contrasto tra bellezza e realtà di un’imminente scomparsa definitiva di questi paesaggi.

L’espansione della serie Ultimate Landscapes non è solo un progetto artistico, ma un appello alla consapevolezza. E, attraverso l’obiettivo, si spera di stimolare una discussione sul futuro dei ghiacciai e sull’importanza della loro conservazione.

 

Ice and light. Photographs by Claudio Orlandi

In 2021, I had the pleasure of curating Claudio Orlandi’s solo exhibition held in a prestigious venue of the City of Milan. I am, therefore, very familiar with the work that this photographer from Rome has been incessantly pursuing since 2008, through visual confirmations and testimonies. His is an on-going project that is capable of directing our often ignorant and irresponsible attention towards the involution caused by the refraction of ultraviolet rays, which has been changing the morphology of Alpine glaciers for many years now.

What stretches for 1,200 kilometers, between northern Italy and neighboring countries, is a natural border that has undergone significant transformations over the centuries. By creating or denying access to its passes, it has allowed numerous transalpine populations to interact even if, century after century, they have been subjected to climate changes and fluctuations that have taken place within this very delicate ecosystem. Nevertheless, these interactions have helped shape the traditions and culture of these populations.

Orlandi narrates this urgency, detaching himself from the traditional language of documentary photography. He, in fact, abandons the classic descriptive and, every year, enriches his research through a unique cognitive and storytelling technique, with photos that follow diverse paths in their visual development. This approach is exquisitely creative. It expresses itself in both the selection and analysis of each individual glacier and in the concept identified as a key element in the creation of his various photographic series, from number 1 to number 13 (2008-2025). Orlandi’s is a well thought-out project that not only presents the observer with a technical, aesthetic, and emotional study, but also one that is, above all, necessary.

The narrative does not only address Alpine communities. It also addresses those that are distant from the border but are, unfortunately, not exempt from the side effects generated by retreating glaciers. These photographs also become an important compendium for the scientific community, because they are able to build a new iconography that is and integration to the technical data, which is not only useful but still strongly emphasizes the topic of climate urgency. Therefore, photography becomes an aid towards better understanding this complex environmental phenomenon and the attempts human beings make towards averting a possibly irreversible epilogue.

In recent years, the Ultimate Landscapes project has expanded to include other emblematic glaciers: Stelvio (Series n. 9), Presena (Series n. 11), Rhône in Switzerland (Series n. 12), and Marmolada (Series n. 13). These are all symbols of the natural beauty and vulnerability of our environment that offer new opportunities to explore the Alps through photographs.

The series on the Stelvio is a suggestive one. Its images convey a melancholic beauty as they capture the geotextile tarps that, at the end of the summer, are folded back onto themselves in what seems like a vulnerable dance. Tears and fraying emerge as scars from the fabric, narrating stories of resistance and fragility. Seams that are now worn and tattered bear witness to a silent battle against the elements, revealing the inevitable cycle of glacial life, in a landscape that defies time.

The Rhône, one of the largest glaciers of the Alpine mountain range, is an all too blatant example of how global warming is affecting our ecosystems. Here, Orlandi’s visual portrayal is enriched with new dimensions that expand the perspectives on climate change. Strategically positioned geotextile tarps are a protective measure that prevents the glacier from melting: an event that, once it occurs, marks its death.

With Series 12, Orlandi captures the majesty of the glacier and the obvious signs of its retreat. Transparencies, the exploration of volumes, and light all intertwine with the textures of the tarps, the snow, and ice, revealing unexpected details. Remnants of the Alpine landscape stand out against the sky, while crystal blue caves disclose textile residues, as they play with external light. The sense of abandonment of these tarps on the rocks almost tragically evokes the fate of these frozen lands. In her text for the 2021 exhibition, Maria Fratelli, cultural director for the Municipality of Milan, defined them as “shrouds”: a term that visually reminds us of the urgency that is strongly expressed in the photographs.

In this past year, Claudio Orlandi has dedicated himself to climbing the Marmolada. Known as the “Queen of the Dolomites”, this glacier is undergoing a rapid retreat. The images in Series 13 expose the beauty and vulnerability of this mountain landscape. The tones change and, while light envelops the images in an almost monochrome grey, the leaden white of the sky constantly dialogues with the cold graphite hues of the snow and tarps. The clouds create a sense of oppression, as if crushing the sky to the ground, therefore, releasing a suspended sensation and one of suffocating closure.

The exhibition at the Museo Alto Garda also features a set of photographs of the Presena Glacier (Series n. 11). These are a testimony of the tarps being removed in the year 2023.

Claudio Orlandi’s photographs not only document and highlight the magnificence of the Alps, they also invite us to reflect on the concrete actions that are needed to preserve the environment. They demonstrate the tangible signs of a question that still remains open, creating a contrast between beauty and the reality of an imminent permanent disappearance of these landscapes.

The elaboration of the Ultimate Landscapes series is not just an artistic project. It is also a call to awareness. And, through this objective, we hope to stimulate a discussion about the future of glaciers and the importance of their preservation.

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