La crisi climatica sta modificando profondamente i ghiacciai di tutto il mondo. Questa trasformazione non è registrata solamente attraverso grafici e misurazioni scientifiche, ma è anche raccontata con grande forza espressiva dalle immagini fotografiche. Negli ultimi anni, infatti, la fotografia ha assunto un ruolo centrale nel documentare la crisi ambientale, diventando non soltanto uno strumento di osservazione, ma anche un mezzo per stimolare riflessioni etiche e politiche. In particolare, le immagini dei ghiacciai alpini mostrano una tensione tra ciò che si vuole preservare e i tentativi dell’uomo, spesso disperati e simbolici, di opporsi a un cambiamento ormai in atto.
Una delle soluzioni più controverse è rappresentata della copertura dei ghiacciai con teli riflettenti o membrane in tessuti sintetici (polipropilene), utilizzati per rallentare la fusione durante la stagione estiva. Questi interventi sono limitati a piccole porzioni di ghiaccio, spesso in aree ad alta frequentazione turistica, con lo scopo di prolungare la vita degli impianti sciistici o di altre attrazioni turistiche, piuttosto che di salvaguardare l’ecosistema. Nonostante vengano proposti come soluzioni emergenziali, questi strumenti sollevano questioni critiche: la loro reale efficacia è dubbia, il loro impatto ambientale dannoso e il loro valore simbolico ambivalente. Il telo diventa così un emblema del tentativo umano di proteggere ciò che si sta perdendo, ma anche il segno visibile di un fallimento più profondo.
Tra i primi a catturare magistralmente questa tensione è il fotografo tedesco Thomas Wrede (Iserlohn, 1963), il cui lavoro si muove da anni tra fotografia documentaria e riflessione concettuale sul paesaggio. Dal 2018, con il progetto Glacier Project – White Was The Snow, Wrede ha esplorato il tema delle coperture protettive dei ghiacciai in diverse località, tra cui il Ghiacciaio del Rodano, il Presena e altre zone alpine. Le sue fotografie mostrano i teli mentre si sfilacciano, si sporcano, si piegano sotto il vento o si afflosciano sul ghiaccio che scompare, creando forme quasi scultoree, sospese tra natura e artificio. In alcune immagini l’artista entra fisicamente all’interno di grotte per fotografare il contrasto tra la luce che filtra attraverso il ghiaccio e quella che oltrepassa i teli, dando vita a un’atmosfera rarefatta, dove il confine tra protezione e intrusione si fa sfumato. Il lavoro di Wrede suggerisce che questi teli non siano tanto strumenti di salvezza, quanto monumenti temporanei a ciò che stiamo perdendo. L’estetica del degrado, la fragilità della plastica rispetto alla massa millenaria del ghiaccio, la visibilità delle cuciture, degli strappi e della manutenzione diventano parte integrante dell’immagine, trasformando la documentazione in una critica visiva alla presunta onnipotenza dell’intervento umano.
In un registro più scientifico e collaborativo si colloca il lavoro di Ian van Coller (Johannesburg, 1970), sudafricano naturalizzato statunitense. Van Coller lavora spesso in dialogo con glaciologi, climatologi e ricercatori, creando opere che uniscono precisione scientifica e potenza narrativa. Le sue immagini dei ghiacciai africani, delle Ande e dell’Himalaya sono accompagnate da annotazioni, disegni e grafici che trasformano le fotografie in veri e propri libri d’artista, dove l’urgenza della crisi climatica è documentata con estrema consapevolezza.
Un altro approccio interessante è quello dell’artista danese di origini islandesi Olafur Eliasson (Copenaghen, 1967), noto per le sue installazioni ambientali e il suo impegno per la sostenibilità. Con la serie The Glacier Melt Series (1999-2019), Eliasson ha fotografato gli stessi ghiacciai a distanza di vent’anni, mostrando il drammatico ritiro della massa glaciale. Il confronto diretto tra le due immagini produce uno shock, trasformando l’osservatore in testimone di un cambiamento irreversibile.
Anche il fotografo svedese Christian Åslund (Stoccolma, 1980) utilizza dal 2002 immagini d’archivio e fotografie contemporanee per documentare il ritiro glaciale. Nel progetto Glacial Comparison (2024) ha ricreato in maniera precisa le inquadrature di immagini scattate oltre cento anni fa nelle Isole Svalbard in Norvegia, dimostrando in modo inequivocabile quanto i ghiacciai si siano ritirati. Il paesaggio che oggi appare roccioso e brullo era un tempo una distesa di ghiaccio e il confronto cronologico diventa una forma di memoria visiva che unisce passato e presente.
Il confronto tra passato e presente è anche alla base del lavoro dell’italiano Fabiano Ventura (Roma, 1975), ideatore del progetto fotografico Sulle tracce dei ghiacciai (2009-2021) che ad oggi rappresenta il più ampio archivio esistente di fotografia comparativa sulle variazioni delle masse glaciali. Ventura ha realizzato riprese fotografiche dei ghiacciai montani più importanti della Terra dal medesimo punto di osservazione, e nel medesimo periodo dell’anno, di quelle scattate dai fotografi-esploratori tra fine Ottocento e inizio Novecento.
Nel 2025 diverse istituzioni culturali hanno colto l’occasione dell’Anno Internazionale per la Conservazione dei Ghiacciai per promuovere mostre e iniziative pubbliche dedicate a questo tema. Al Mart Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto e al Muse di Trento è stata esposta la mostra Glaciers che propone una parte significativa della produzione artistica del fotografo brasiliano Sebastião Salgado (Aimorés, 1944 – Parigi, 2025) dedicata al tema dei ghiacci. In questa iniziativa sono state esposte immagini in bianco e nero di grande impatto visivo che raccontano la maestosità e la fragilità dei ghiacciai in varie parti del mondo. Le fotografie di Salgado, cariche di un senso del sublime che sfiora il sacro, restituiscono l’esperienza del ghiaccio come bellezza perduta, ma anche come monito dell’impatto delle attività umane sugli ecosistemi.
Anche altri musei hanno affrontato le questionie della scomparsa dei ghiacciai e dell’impatto dell’intervento umano. Tra questi si segnala Glaciers Under Cover al Camera Museum di Vevey in Svizzera, presentata in occasione dell’uscita del libro di Nathalie Dietschy Glaciers alpins sous touiles, dedicato proprio alle coperture dei ghiacciai e agli autori che hanno indagato il tema. Qui le fotografie contemporanee di ghiacciai coperti vengono esposte accanto a immagini storiche, creando un dialogo tra passato e presente, e riflettendo sul modo in cui l’umanità ha tentato di proteggere i propri patrimoni naturali, talvolta riuscendo nel proprio intento e talvolta fallendo. In questo contesto l’uso dei teli protettivi diventa quindi un simbolo ambivalente. Da un lato rappresenta il tentativo dell’uomo di resistere al cambiamento, di proteggere qualcosa che ritiene prezioso. Dall’altro, è una testimonianza dell’incapacità sistemica di affrontare le cause profonde del cambiamento climatico. Le fotografie che documentano questi interventi non si limitano a registrare ciò che accade: esse interrogano, provocano, mettono in discussione la nostra idea di controllo, di conservazione, e persino di estetica del paesaggio.
In questa direzione si colloca anche il lavoro del fotografo romano Claudio Orlandi, protagonista della mostra presentata al Museo Alto Garda. Con il suo progetto Ultimate Landscapes, dal 2008 Orlandi esplora i ghiacciai delle Alpi attraverso una fotografia che si muove tra documentazione e visione estetica. Le sue immagini non si limitano a registrare il ritiro dei ghiacciai, ma si soffermano in particolare sui teli di copertura stesi per proteggerli che diventano presenze sceniche, forme artificiali in contrasto con la materia naturale. Orlandi fotografa le pieghe, le superfici, i segni del tempo su questi materiali, trasformandoli in oggetti visivi quasi astratti, ma allo stesso tempo carichi di significato. In questi ‘paesaggi estremi’, ciò che colpisce è proprio l’ambiguità del gesto umano: protezione o illusione? Cura o accanimento?
Nel contesto alpino, dove la copertura dei ghiacciai con teli geotessili è una pratica diffusa, il lavoro di Orlandi acquista un significato ancora più diretto e urgente. Le sue fotografie, dense di materia e di silenzio, ci costringono a guardare in faccia il paradosso del nostro tempo: stiamo cercando di salvare i ghiacciai con le stesse mani che ne hanno accelerato la scomparsa. Il suo sguardo non è accusatorio, ma lucido. Non offre risposte, ma ci chiede di sostare, di osservare, di pensare. Ed è forse proprio in questa sospensione che si apre uno spazio di consapevolezza: quale utilizzo della montagna vogliamo per il futuro? Quale modello di sviluppo turistico possiamo permetterci in un paesaggio che cambia sotto i nostri occhi?
The illusion of ice. Photography during the glacier crisis
The Climate Crisis is profoundly modifying glaciers worldwide. This transformation is not only recorded through graphs and scientific measurements, but it is also represented with a great expressive force through photographic images. In recent years, photography has taken on a central role in documenting the environmental crisis, becoming both an instrument of observation and a means to encourage ethical and political reflection. In particular, the photographs of Alpine glaciers show a tension between what we want to preserve and the attempts – often desperate and symbolic – of humans in opposing a change that is by now underway.
One of the most controversial solutions are glacier coverings – reflective or synthetic-fabric (polypropylene) tarps – implemented to help prevent ice from melting during the summer season. These interventions are limited to small areas, often in places with a large number of tourists, yet, they are aimed more at prolonging the life of ski resorts or other tourist attractions, rather than safeguarding the ecosystem. Despite being proposed as emergency solutions, the use of these tarps raises critical questions, because their actual effectiveness is uncertain, their environmental impact is potentially harmful, and their symbolic value is ambivalent. These coverings, therefore, become a symbol of the human endeavor to protect what is being lost, but they are also the visible sign of a more profound failure.
Among the first to masterfully capture this tension was German photographer Thomas Wrede (Iserlohn, 1963). Over the years, his works have ranged between documentary photography and a conceptual reflection of landscapes. Since 2018, with his White Was The Snow – Glacier Project, Wrede has explored the issue of protective glacier coverings in various locations, including the Rhône Glacier, the Presena Glacier, and other Alpine areas. His photographs reveal dirty weathered tarps as they bend with the wind or sag on retreating ice, creating almost sculptural shapes, suspended between nature and artifice. In some images, the artist physically enters caves to photograph the contrast between light filtering through the ice and light passing through the tarps, creating a rarefied atmosphere, where the line between protection and intrusion becomes blurred. Wrede’s works suggest that these coverings are not really instruments of salvation but temporary monuments that represent what is being lost. The aesthetics of degradation, the fragility of the tarps compared to the millennial mass of ice, the visible seams, tears, and preservation become an integral part of the image, transforming documentation into a visual critique of the alleged omnipotence of human intervention.
Instead, the photographs of the South African naturalized American artist, Ian van Coller (Johannesburg, 1970), take on a more scientific and collaborative register. Van Coller often works in dialogue with glaciologists, climatologists, and researchers, creating works that combine scientific precision and narrative power. His images of African glaciers, of those in the Andes and the Himalayas, are accompanied by annotations, drawings, and graphics that transform his photographs into actual artist books, where the urgency of the Climate Crisis is documented with extreme awareness.
Another interesting approach is taken by a Danish artist of Icelandic origin, Olafur Eliasson (Copenhagen, 1967), who is known for his environmental installations and his commitment to sustainability. With his The Glacier Melt Series (1999-2019), Eliasson photographed the same glaciers after a span of twenty years, illustrating the dramatic retreat of glacial masses. The direct comparison between the pairs of photographs is shocking, as we bear witness to an irreversible change.
Since 2002, Swedish photographer Christian Åslund (Stockholm, 1980) has also been using archival images and contemporary photographs to document glacial retreat. In his Glacial Comparison project (2024), Åslund accurately recreated photographs taken over a hundred years ago in the Svalbard Islands in Norway, unequivocally demonstrating how much the glaciers have retreated. The landscape that today appears rocky and bare was once an expanse of ice, and the chronological comparison becomes a sort of visual memory that combines past and present.
The correlation between past and present is also the basis of works by Italian photographer Fabiano Ventura (Rome, 1975). To date, his Sulle tracce dei ghiacciai (2009-2021) represents the largest existing archive of comparative photography regarding the transformations of glacial masses. Ventura has taken photographs of the most important mountain glaciers on Earth, from the same point of observation and at the same time of year, as those taken by photographer-explorers between the late 19th and early 20th centuries.
In 2025, the International Year of Glaciers Preservation, several cultural institutions took the opportunity of promoting exhibitions and public initiatives dedicated to this topic. One such initiative was the Glaciers exhibition held at both the Mart Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto and at the Muse in Trento. This exhibition included a significant part of the works of Brazilian photographer Sebastião Salgado (Aimorés, 1944 – Paris, 2025) dedicated to glaciers. The great visual impact of Salgado’s black and white images narrate the story of the majesty and fragility of glaciers in various parts of the world. His photographs are filled with a sense of the sublime that verges on the sacred. They convey what the ice has endured as lost beauty, but also as a warning of how ecosystems are impacted by human activity.
Other museums have also addressed the issues of the disappearance of glaciers and the effects of human interventions. These include Glaciers Under Cover at the Camera Museum in Vevey, Switzerland, presented during the release of Nathalie Dietschy’s book, Glaciers alpins sous toiles, dedicated to covered glaciers and to authors who have studied the subject. Contemporary photographs of covered glaciers were displayed alongside historical images, creating a dialogue between past and present, and reflecting on the way humanity has attempted to protect its natural heritage, sometimes succeeding, other times failing. In this context, the use of protective tarps becomes an ambivalent symbol. On the one hand, it represents the attempts human beings make in resisting change, to protect something they consider precious. On the other hand, it is a testimony to the systemic inability to address the root causes of climate change. The photographs that document these interventions are not limited to recording what is occurring: they equally interrogate, provoke, question our idea of control, preservation, and even landscape aesthetics.
The Italian photographer from Rome, Claudio Orlandi, also follows this direction in his Ultimate Landscapes project, presented at the Museo Alto Garda. Since 2008, Orlandi has been exploring the glaciers of the Alps through photographs that range between documentation and an aesthetic vision. His images are not limited to recording the retreat of these glaciers, but they particularly focus on the protective tarps that cover them, which almost become a staged scene, artificial shapes that contrast with natural matter. Orlandi photographs the folds, the surfaces, the signs of ageing on these materials, transforming them into almost abstract visual objects, yet, ones that are, nevertheless, full of meaning. In these “extreme landscapes”, what is striking is the ambiguity of the human act. Is it protection or an illusion? Preservation or relentlessness?
In the alpine context, where covering glaciers with geotextile tarps is a widespread practice, Orlandi’s works acquire an even more direct and urgent meaning. His photographs, dense with matter and silence, force us to look into the face of the paradox of our time. We are trying to save glaciers with the same hands that accelerated their disappearance. His vision is not accusatory, but lucid. It does not offer answers, but asks us to stop, to observe, to think. And it is perhaps precisely in this suspension that a space of awareness presents itself. How do we want to use mountains in the future? What model of tourism development can we allow in a landscape that is changing before our eyes?